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Pensées en désuétude - Fanny Cosi
jeudi 4 juillet 2013 par Berta Corvi

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"Pensieri in disuso O L'AVVENTURA DI UNA SCRITTURA"

redatto da Berta Corvi

Pensées en désuétude de Fanny COSI (Paris : éd. Edilivre, 2010) vient de bénéficier d’une recension en Italie (22/06/2013). Cette recension a été effectuée par la traductrice, interprète et docteure italienne de Milan, Berta CORVI. Elle est constituée d’abord d’une note à portée générale sur l’auteure démasquée puis d’un compte rendu plus ciblé sur les « Pensées » de Fanny ; compte rendu incisif de Berta donnant l’envie de se laisser porter au gré de l’aventure de l’écriture autofictionnelle Fanny Cosi.

Signora Berta CORVI possède deux sites littéraires, le compte rendu en italien a trouvé place au sein du deuxième :

http://www.poetipoesia.com/berta-corvi/

http://www.berta-corvi.it/?page_id=117





En effet, ce n’est plus un secret. Le temps a passé et le livre est tombé depuis l’article effectué par le journaliste Jonathan Roux et publié dans le Journal du Pays Yonnais (France) à la sortie du livre en 2010 : Fanny Cosi n’est autre que… Stéphanie Michineau !

Dans un second temps, Berta Corvi a effectué une traduction en français de « Pensieri in disuso o l’avventura di una scrittura" que l’on pourrait traduire par « Pensées en désuétude ou l’aventure d’une écriture ».

La note de lecture italienne de la traductrice, Berta Corvi s’insère donc dans la démarche de la Nouvelle Critique de Stéphanie Michineau axée avant tout sur l’ouverture : trandisciplinaire (Art, littérature, psychanalyse, philosophie, sémiotique, linguistique…) mais aussi en direction d’un public large et depuis 2011, à visée internationale et surtout, interculturelle : étant donné ses sujets de prédilection féministe et auto-fictionnel, au premier chef, le Monde Arabe puis sans ordre de préférence : l’Italie, la Corse (France), les Pays de l’Est, l’Inde…

Berta Corvi



Le mie recensioni di “Pensées en désuétude”, poesie della scrittrice francese Stéphanie Michineau, pseudonimo Fanny Cosi

Recensione scritta da Berta Corvi:

1) Pensieri in disuso Fanny Cosi

Stéphanie Michineau è originaria della città di Mayenne en Mayenne e vive attualmente a La Roche-sur-Yon in Vandea. Ha redatto molteplici articoli per diverse riviste, di cui “La Faute à Rousseau” e “les Cahiers de l’APA” (associazione per l’autobiografia), dirette da un universitario riconosciuto internazionalmente nell’ambito dell’autobiografia, Philippe Lejeune. Stéphanie è specializzata nelle opere di Colette e della scrittura di sé. Fra l’altro, ha elaborato un Trittico sulla scrittrice francese dove appaiono in filigrana i legami che uniscono la critica alla creazione… L’autrice di Yon ha lasciato correre la penna per risalire fino a “Pensées en désuétude”, la sua prima opera letteraria pubblicata nel 2010 (Edizione Edilivre) con lo pseudonimo Fanny Cosi.

Quindi, solo di recente, questo progetto è giunto ad una conclusione, pur essendo stato iniziato tra il 1994 e il 1996 … Fanny aveva archiviato i suoi scritti, ma in seguito ad una vicenda che ha sconvolto la sua vita, essi l’hanno raggiunta e hanno contribuito ad accelerare la pubblicazione. Si presentano sotto forma di poesie, di testi brevi, propalando una tematica, un’idea, un’esperienza vissuta. Raccontano la sua vita e ci trascinano nell’intimo della sua storia. Un componimento sincero che ci fa viaggiare nel cuore dei sentimenti e del vissuto dell’autrice e che, con la scelta delle parole, si spinge verso la verità e vi accede.

E’ un’osservazione, un esame di ciò che il cuore racchiude e che ci dimentichiamo di esprimere. Su questi non detti che consumano se non si è cauti e circospetti. Per l’autrice, ogni parola è un passo in più verso la verità e la conoscenza di sé.

Il libro di Fanny Cosi è composto da passaggi, squarci che alternano testi brevi e prose poetiche con, a volte, un racconto di due o tre pagine come Non-dits, La décision o Le mythe d’Icare… I pensieri frammentari cercano di ghermire e carpire istanti, sensazioni, sentimenti, risentimenti, stati danimo di un moi diviso, particellare, che cerca di unire o di disperdere – non si sa – questi bricioli sparsi di tutto ciò che costituisce un’identità, di tutto ciò che fa radicare il “je”. L’autrice vi esprime, come per liberarsene, le lacerazioni, le ferite, le fratture, i drammi, le deprivazioni di una vita. Per proteggersi. “J’écris sans doute pour me raccrocher à la vie … Me rapprocher à la vie … Me rapprocher de moi. M’aime. Je.” “Forse scrivo per aggrapparmi alla vita … Riavvicinarmi alla vita … Riavvicinarmi a me stessa. M’amo. Io”. Vi si trova anche l’evocazione del “sentimento amoroso”, del desiderio, dei fantasmi.

L’autrice ama giocare con le parole, segmentandole, e fa prova di un sorprendente senso del dettaglio: “La globalité”, scrive, “donne un sens au détail et non l’inverse”. (La globalità dà un senso al dettaglio e non il contrario). Plasma, usa abilmente e maliziosamente il sillogismo: Je naime pas les illusions. Mais la vie nest faite que de ça. Alors je naime pas la vie. (Non mi piacciono le illusioni. Ma la vita è fatta solo di queste. Allora non mi piace la vita), o il paradosso: capita che una telefonata interrompa un incontro o una conversazione facendo vedere come una comunicazione può rafforzare l’incomunicabilità.

Quando non è il telefono, è la porta che favorisce o impedisce la comunicazione.

« Cela faisait combien de temps maintenant ? Un an. Un an de portes ouvertes et fermées. Elle en avait assez.

Elle s’en rendait compte aujourd’hui. Une porte doit toujours être fermée ou ouverte. Et non dans les courants d’air d’un amour mal assorti. Parce qu’une porte fermée laisse ouverte une autre porte. » « Elle aimait les sensations fortes. Les portes bien fermées. Pour les enfoncer. Les défoncer. »

Quanto tempo era trascorso? Un anno. Un anno di porte aperte e chiuse. Ne aveva abbastanza.

Se ne rendeva conto oggi. Una porta deve sempre essere chiusa o aperta. E non nelle correnti d’aria di un amore disarmonico. Perché una porta chiusa lascia aperta un’altra porta.” “Amava le sensazioni forti. Le porte ben chiuse. Per sfondarle. Scassarle.”



L’incontro (o il non-incontro), la difficoltà o la vacuità delle relazioni, sono dei temi ricorrenti come l’amore e la rottura, l’infedeltà, l’odio, la violenza, l’infanzia (percossa o violata) …

« Inceste

Elle en avait assez. De tourner. Dans sa tête. Des scénarios. Sans queue ni tête.

Des scénarios passés. D’une petite enfance. Mal passée.

Elle en avait assez. De revivre dans ses rêves. Sans trêve. Des moments périmés.

Elle en avait assez. D’alimenter dans un coin de son cerveau. Une petite enfance en peau de chagrin. Passée. Mal.

Elle en avait assez. De tourner en rond. En perdition. Dans un présent absent. Dans un lointain sans fin.

Elle en avait assez. De se débattre. Battre contre une petite enfance. En défaillance. En conséquence. Passée. Mal. Dans un lointain sans fin. »

Incesto

Era stufa. Di girare. Nella sua testa. Delle sceneggiature. Senza capo né coda.

Delle sceneggiature vissute. Della prima infanzia. Vissuta male.

Era stufa. Di rivivere nei suoi sogni. Senza tregua. Dei momenti scaduti.

Ne aveva abbastanza. Di alimentare in un angolo del suo cervello. La prima infanzia in pelle di zigrino. Vissuta. Male.

Ne aveva abbastanza. Di girare a vuoto. In pericolo. In un presente assente. In uno sfondo senza fine.

Ne aveva abbastanza. Di combattere. Lottare contro la prima infanzia. In deliquio. In conseguenza. Vissuta. Male. In uno sfondo senza fine.”

Bisogna esprimere, attraverso un’identità scomposta, ciò che spezza la vita, ciò che la ferisce, l’incesto per esempio.

Il dolore, la morte, la disperazione sono anche accennati, ma spesso con distanza, con un leggero senso dell’umorismo o di derisione.

Qui, la terza persona soppianta la prima che tuttavia non è assente. Con “Elle”, Fanny Cosi impone una distanza a sé, come per afferrare il “moi”, cercare l’ ”ego” nell’ ”alter”. Guardarlo da lontano per meglio delinearlo, delinearsi. D’altra parte, questa strategia nel passare attraverso l’altro per dire il “moi” è presente nella scelta dello pseudonimo. Ma non è un segreto, l’autrice ha rivelato essa stessa la sua vera identità.

La scrittura diventa un mezzo per salvarsi dalla realtà, salvarsi dalla sofferenza che la realtà inculca, infonde. Quindi scrivere per trasformare la realtà, per aggiustarla, per aggiustarsi, per curare le ferite. Tranquillizzarsi, offrire questa liberazione al lettore.

« Mort d’un acteur

Il avait toujours confondu le rêve et la réalité. La vérité inscrite dans un coin de son cerveau.[…]

Il aimait manipuler les êtres. Prévoir leur réaction.

Il prit une boîte de somnifères. Feignit de se suicider.

Il avait toujours confondu le rêve et la réalité.

Personne ne vint. Surtout pas elle.

La vérité inscrite dans un coin de son cerveau.

Il en était mort. »

Morte di un attore

Aveva sempre scambiato il sogno con la realtà. La verità iscritta in un angolo del suo cervello.

[…]

Amava manipolare gli esseri. Prevedere la loro reazione.

Prese una scatola di sonniferi. Finse di suicidarsi.

Aveva sempre scambiato il sogno con la realtà.

Nessuno venne. Ancora meno lei.

La verità iscritta in un angolo del suo cervello.

Ne era morto.”

Fanny Cosi descrive, mette in scena, crea un caleidoscopio di personaggi, appena accennati a volte, con la loro voce o il loro sguardo.

Non solo il gioco con le parole, le sonorità, i doppi sensi, l’autrice non esita a giocare con l’impaginazione, le parti bianche, le linee punteggiate, le parole in corsivo o le maiuscole, e si avvicina addirittura al calligramma.

« Je me laisse faire. A’ ce jeu. De regards. De renards. Qui ne mène nulle part. »

« Amour transitoire. Le voir dans son regard. Dans son retard. C’était sans espoir. »

Mi lascio fare. A questo gioco. Di sguardi. Di volpi. Che non porta da nessuna parte.”

Amore transitorio. Vederlo nel suo sguardo. Nel suo ritardo. Era senza speranza.”

Un critico ha addirittura accostato “Pensées en désuétude” all’illustre poeta Baudelaire sia per la forma (poemi in prosa) sia per i temi (amore, turpitudine dell’anima, erotismo, incomunicabilità, moderna solitudine,…). L’autrice afferma di non essere indifferente all’approccio umanistico della scrittura del poeta. Questo tentativo “umanistico” sta nel rivendicare, dietro un “je”, che di primo acchito può sembrare egoista, un “nous” che tocca la condizione umana, tuttavia invita i lettori a giudicare.

Pensées en désuétude” va letto certo, ma va anche riletto, sfogliato, per spigolare di qua e di là qualche riga, o anche più righe. Poco importa! Il tempo trascorso tra queste pagine non è mai tempo perso …

2) Resoconto di Pensieri in disuso

Lo spazio labirintico e tortuoso, nel quale errano i pensieri degli eroi, frantuma l’unità dell’opera. E’ sempre più difficile comprendere chi parla e di chi parla l’autrice. E’ difficile raccontare la vita degli altri.

Le costruzioni lineari non esistono più, non c’è né eroe né antieroe. Un’acuta alchimia compone quest’opera.

L’interrogazione ingegnosa riguardante il ruolo dell’autrice diventa ossessionante ed ognuno vi risponde a modo proprio.

« Le sue creature », che le sfuggono, si limitano a guardare evolvere dei personaggi in un racconto dove lo psicologismo viene proscritto. Questa focalizzazione esterna implica da parte dell’autrice un’impotenza ad « intromettersi » nella vita e nei pensieri degli eroi (per essere esatti, non sono proprio degli eroi). La scrittrice enumera, trascrive il visibile, lasciando l’invisibile confinato in uno spazio inaccessibile. Il linguaggio stesso si spoglia, si libera dalle metafore o dalle allusioni poetiche : secco, essenziale, deve solo riprodurre, come se si trattasse di una telecamera, la situazione com’è, senza ornamenti. Caratterizzare dei personaggi o dei caratteri rileva dell’impossibile.

Come Nathalie Sarraute, utilizza dei tropismi che sono in realtà dei movimenti inafferrabili che scivolano al limite della nostra coscienza, degli impulsi bruschi e fuggenti. I lettori scoprono poco per volta questo nuovo approccio, spesso difficile della scrittura di Fanny poiché si distingue dalla poesia tradizionale.

I personaggi di Fanny non sono degli eroi come li vediamo nella letteratura classica. In tono sommesso, è nel loro essere, piuttosto che nel loro apparire, che possiamo afferrarli meglio. Mai perfettamente definiti, i suoi personaggi sono visti attraverso la loro coscienza, i tropismi che sono questi movimenti di « va e vieni » di una coscienza ad un’altra. I personaggi sono dipinti nei loro silenzi e nei non detti, con un’autrice che si pone per guardarli alla giusta distanza rispetto al fenomeno invisibile che vuole dipingere.

L’autrice ricorre anche spesso ai puntini di sospensione che dicono senza dire o che interrompono il personaggio che stava per svelarsi. La sotto-conversazione dà più indizi da ciò che è lasciato ad intendere che dalle frasi formali che la società si aspetta dai personaggi che vi vivono, i silenzi rivelano le coscienze.



& traduction en français :

« Pensees en desuetude ou l’aventure d’une ecriture »

Redigé par berta corvi

Recension : “Pensées en désuétude” et son auteure démasquée, Fanny Cosi

Stéphanie Michineau est originaire de la ville de Mayenne en Mayenne et vit actuellement à La Roche-sur-Yon en Vendée, France. Elle a rédigé de multiples articles pour différentes revues, dont « la Faute à Rousseau » et « les Cahiers de l’APA » (Association pour l’Autobiographie), dirigées par un universitaire reconnu internationalement dans le domaine de l’autobiographie, Philippe Lejeune. Stéphanie est spécialisée dans les œuvres de Colette et de l’écriture de soi. Elle a élaboré, entre autres, un Triptyque sur l’écrivaine française où apparaissent en filigrane les liens qui unissent la critique à la création… L'auteure Yonnaise a laissé courir sa plume pour remonter jusqu'à « Pensées en désuétude », sa première œuvre littéraire publiée en 2010 (Édition Edilivre) sous le pseudonyme de Fanny Cosi.

Ce n’est donc que récemment qu’elle a achevé ce projet, même si elle l’a entamé entre 1994 et 1996… Fanny avait mis ses écrits de côté, mais suite à un événement qui a bouleversé sa vie, ils l'ont rejointe et ont contribué à précipiter leur publication. Ils se présentent sous forme de poèmes, de textes courts, et relatent une thématique, une idée, une expérience vécue. Ils narrent sa vie et nous mènent dans l'intimité de son histoire. Un récit sincère qui nous fait voyager au cœur des sentiments et de l’expérience vécue de l'auteure et qui, par le choix des mots, s’achemine vers la vérité et y accède.

C’est une observation, un examen de ce que le cœur enferme et que l’on oublie d'exprimer. Sur ces non-dits qui consomment si on n'est pas prudents et circonspects. Pour l'auteure, chaque mot est un pas de plus vers la vérité et la connaissance de soi.

Le livre de Fanny Cosi est composé de fragments, d’extraits où des textes courts succèdent aux proses poétiques avec, parfois, une nouvelle de deux ou trois pages comme Non-dits, La décision ou Le mythe d'Icare Les « pensées » fragmentaires essaient de capturer et d'arracher des instants, des sensations, des sentiments, des ressentis, des états d'âme d'un « moi » divisé, parcellaire, qui cherche à unir ou à briser - on ne sait pas - ces petits bouts répandus de tout ce qui constitue une identité, de tout ce qui fait enraciner le « je”. L'auteure y exprime, comme pour s’en libérer, les déchirures, les blessures, les fractures, les drames, les privations d'une vie. Pour se protéger. « J'écris sans doute pour me raccrocher à la vie… Me rapprocher à la vie… Me rapprocher de moi. M'aime. Je. »

On y trouve même l'évocation du « sentiment amoureux », du désir, des fantasmes.

L'auteure aime jouer avec les mots, en les segmentant, elle fait preuve d'un surprenant sens du détail : “La globalité », écrit-elle, « donne un sens au détail et non l’inverse”. Elle manie habilement et malicieusement le syllogisme : “Je n' aime pas les illusions. Mais la vie n'est faite que de ça. Alors je n' aime pas la vie », ou le paradoxe : il arrive qu’un coup de fil interrompe une rencontre ou une conversation en montrant comment une communication peut renforcer l'incommunicabilité.

Lorsque ce n’est pas le téléphone, c’est la porte qui favorise ou empêche la communication.

«Cela faisait combien de temps maintenant? Un an. Un an de portes ouvertes et fermées. Elle en avait assez.Elle s'en rendait compte aujourd'hui. Une porte doit toujours être fermée ou ouverte. Et non dans les courants air d’un amour mal assorti. Parce qu'une portes fermée laisse ouverte une autre porte. » « Elle aimait les sensations fortes. Les portes bien fermées. Pour les enfoncer. Les défoncer. »



La rencontre (ou la non-rencontre), la difficulté ou la vacuité des relations, sont des thèmes récurrents tout comme le sont l’amour et la rupture, l'infidélité, la haine, la violence, l'enfance (battue ou violée)…



« Inceste

Elle en avait assez. De tourner. Dans sa tête. Des scénarios. Sans queue ni tête.

Des scénarios passés. D'une petite enfance. Mal passée.

Elle en avait assez. De revivre dans ses rêves. Sans trêve. Des moments périmés.

Elle en avait assez. D'alimenter dans un coin de son cerveau. Une petite enfance en peau de chagrin. Passée. Mal.

Elle en avait assez. De tourner en rond. En perdition. Dans un présent absent. Dans un lointain sans fin.

Elle en avait assez. De se débattre. Battre contre une petite enfance. En défaillance. En conséquence. Passée. Mal. Dans un lointain sans fin. »



Il faut exprimer, à travers une identité démontée, ce qui crée une rupture et ce qui brise la vie, ce qui la blesse, l'inceste par exemple.

La douleur, la mort, le désespoir sont aussi évoqués, mais elle prend ses distances, elle s’en démarque, avec un léger sens de l'humour ou de dérision.

Ici, la troisième personne supplante la première qui, toutefois, n'est pas absente. Avec « Elle », Fanny Cosi s’impose un éloignement, comme pour saisir le « moi », chercher l' “ego “ dans “l’alter “. Le regarder de loin pour mieux le déligner, se déligner. D'autre part, cette stratégie de passer par-dessus l'autre pour dire le “ moi” est présente dans le choix du pseudonyme. Mais ce n’est pas un secret, l'auteure a révélé elle-même sa vraie identité.

L'écriture devient un moyen pour se sauver de la réalité, se préserver de la souffrance que la réalité inculque, grave dans l’esprit. Donc écrire pour transformer la réalité, pour l'accommoder à sa façon, pour s'accommoder, pour soigner ses blessures. Se tranquilliser, offrir cette libération au lecteur.

« Mort d’un acteur

Il avait toujours confondu le rêve et la réalité. La vérité inscrite dans un coin de son cerveau.[…]

Il aimait manipuler les êtres. Prévoir leur réaction.

Il prit une boîte de somnifères. Feignit de se suicider.

Il avait toujours confondu le rêve et la réalité.

Personne ne vint. Surtout pas elle.

La vérité inscrite dans un coin de son cerveau.

Il en était mort. »



Fanny Cosi décrit, met en scène, crée un kaléidoscope de personnages, juste ébauchés parfois, par leur voix ou leur regard.

Elle ne joue pas seulement avec les mots, les sonorités, les doubles sens, elle n’hésite pas à jouer avec la mise en page, les parties blanches, les lignes ponctuées, les mots en italique ou les majuscules, et elle s'approche même du calligramme.

« Je me laisse faire. A’ ce jeu. De regards. De renards. Qui ne mène nulle part. »

« Amour transitoire. Le voir dans son regard. Dans son retard. C’était sans espoir. »



Un critique a même rapproché « Pensées en désuétude » de l'illustre poète Baudelaire aussi bien pour la forme (poèmes en prose) que pour les thèmes (amour, noirceur de l'âme, érotisme, incommunicabilité, moderne solitude,…). L'auteure affirme ne pas être indifférente à l'approche humaniste de l'écriture du poète. Cette tentative « humaniste » se retrouve dans la revendication, derrière un « je », qui de prime abord peut sembler égoïste, d’un « nous » qui touche la condition humaine, toutefois elle invite les lecteurs à y réfléchir.

CesPensées en désuétude » sont à lire, mais aussi à relire, à feuilleter, pour picorer ici et là quelques lignes, ou même plusieurs lignes. Avec le risque de sy laisser piéger à nouveau une heure ou plus. Peu importe ! Le temps passé parmi ces pages n'est jamais du temps perdu…

Compte rendu de Pensées en désuétude

L’espace labyrinthique, dans lequel vaguent les pensées des héros, brise l’unité du recueil. Il est de plus en plus difficile de comprendre qui parle et de qui l’auteure parle. Il est difficile de raconter la vie des autres.

Les constructions linéaires n’existent plus, il n’y a ni héros ni anti-héros. Une subtile alchimie compose cet ouvrage.

Le questionnement subtil concernant le rôle de l’auteur devient obsédant et chacun y répond à sa manière.

Ses créatures”, qui lui échappent, se limitent à regarder évoluer des personnages dans un récit où le psychologisme est proscrit. Cette focalisation externe implique de la part de l’auteure une impuissance à “s’immiscer” dans la vie et dans les pensées des héros (ce ne sont d’ailleurs pas des héros à proprement parler). L’écrivaine énumère, transcrit le visible, laissant l’invisible relégué dans un espace inaccessible. Le langage lui-même se dépouille, se débarrasse des métaphores ou des allusions poétiques: sec, essentiel, il doit uniquement reproduire, telle une caméra, la situation telle qu’elle est, sans fioritures. Camper des personnages ou des caractères relève de l’impossible.

Comme Nathalie Sarraute, elle utilise des tropismes qui sont en réalité des mouvements indéfinissables qui glissent à la limite de notre conscience, des impulsions brusques et fugitives. Les lecteurs découvrent peu à peu cette approche nouvelle et souvent difficile de l’écriture de Fanny puisqu’elle se démarque de la poésie traditionnelle.

Les personnages de Fanny ne sont pas des héros comme on les trouve dans la littérature classique. En demi-teinte, c’est dans leur être plutôt que dans leur paraître qu’on les saisit mieux. Jamais parfaitement définis, ses personnages sont vus à travers leur conscience, les tropismes qui sont ces mouvements de va-et-vient d’une conscience à une autre. Les personnages sont peints dans leurs silences et dans les non-dits avec une auteure qui se situe pour les regarder à la meilleure distance du phénomène invisible qu’elle veut peindre.

L’auteure a recours souvent aussi aux points de suspension qui disent sans dire ou qui interrompent le personnage qui allait se dévoiler. La sous-conversation donne plus d’indices par ce qui est laissé à entendre que les phrases formelles que la société attend des personnages qui y vivent, les silences révèlent les consciences.













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